Metafisica, al cacao – ciambellone vegano al cacao

Il risentimento lentamente si sta attenuando.

Giorno dopo giorno accumulo risposte più o meno sensate,  che contribuiscono ad allentare la delusione.
Ma a volte ricado nello sconforto  e mi torturo senza sosta.
Avrò forse dato un’erronea versione di me stessa?
Avrò forse dato l’impressione, considerati i miei modi un pò burberi, che avrei vissuto questa cosa con disagio?
Avrò paraculato troppo spesso questo genere di attività, tanto da scoraggiare il prossimo?
Non ho forse esplicitato a dovere, la mia insulsa mania di stilare liste per qualsiasi cosa?
E quindi come, come (?) è possibile che la comunità virtuale abbia potuto ignorarmi  e fare a meno di sapere quali sono i dieci libri che mi hanno cambiato la vita? Come (?)
, le mie perle di saggezza, che generosamente avrei elargito, non hanno attratto la folla, qualcuno, anche un solo individuo?
Convivere con i grandi perché dell’esistenza, anche questo è internet.
Ora che abbiamo assodato che alle vostre vite mancherà sempre un dato fondamentale per il vostro arricchimento personale, va detto che la suddetta lista di preferenze, anche se non richiesta, non ha placato il mio desiderio di produrla.
No, non vi farò partecipi, non arriverò a questo punto di bassezza mediatica.
Mi basta un testo, uno che ho amato molto, di un’autrice di cui amo l’opera omnia, che mi serve da ponte, da mero strumento introduttivo al punto vero e centrale di oggi.
Ode al cioccolato, cioccolato come massimo strumento di piacere, cioccolato come potente antidepressivo, cioccolato come a tutto rinuncerei, ma non a lui.
Quindi cioccolata, che pure femmina può essere, data la sua onnipotenza.
Cioccolata che sa di cacao. Intensa, amara, sempre fondente.
Il libro, dicevamo.
Il libro che ho amato e la cioccolata.
Il libro che ho amato non parla del cioccolato.
Non è un libro di cucina, ne di dolci, ne sul cioccolato.
“Metafisica dei tubi”, altisonanza fuorviante del titolo a parte, è un libro che parla dell’infanzia.
In realtà non parla dell’infanzia in generale, ma di quella dell’autrice.
L’autrice era un tubo. Ferma, inerme, passiva. Nient’altro che un tubo, in una culla fino a 3 anni.
Non è un libro che parla di disturbi della crescita e neanche di idraulica.
È un libro che parla della volontà di un individuo di mantenere uno stato metafisico.
È il resoconto della catarsi da essere tubo-per-scelta a essere umano-per-volontà.
Quindi il cioccolato o la cioccolata, che dir si voglia.
E quindi l’incontro sensoriale prima con le cavità nasali, poi con quella palatale,l’estasi consequenziale, la metamorfosi, la rinascita, l’uomo e dunque la vita.
Il cioccolato come buon motivo e l’unico, fino al momento della sua scoperta, per dare vita a se stessi.
Non so voi, ma io quoto.

Da “metafisica dei tubi” di Amelie Nothomb
Dio sa che dopo il viso cercherà di tendere una mano verso di lui. Ci è abituato: gli adulti avvicinano sempre le loro dita alla sua faccia. Decide che morderà l’indice della sconosciuta. Si prepara.

Appare infatti una mano nel suo campo visivo, ma – stupore! – ha una barretta biancastra tra le dita. Dio non ha mai visto una cosa del genere e si dimentica di gridare.

– E’ cioccolato bianco del Belgio, – dice la nonna al bimbo che ha appena scoperto.



Di queste parole Dio capisce solo ‘bianco’: sa cos’è, l’ha visto sul latte e sui muri. Gli altri vocaboli gli sono sconosciuti: ‘cioccolato’ e soprattutto ‘Belgio’. Intanto la barretta è accanto alla bocca.



– Si mangia, – dice la voce.


Mangiare: Dio sa cos’è. E’ una cosa che fa spesso. Mangiare è il biberon, il puré con pezzetti di carne, la banana schiacciata con la mela grattugiata e il succo d’arancia.

Mangiare ha un odore. Questa barretta biancastra ha un odore che Dio non conosce. Ed è migliore del sapone e della pomata. Dio ne ha paura e voglia allo stesso tempo. Smorfia di disgusto e acquolina in bocca.
Con un’impennata di coraggio acchiappa la novità coi denti, la mastica, ma non serve: si fonde sulla lingua, tappezza il palato, gli riempie la bocca – e accade il miracolo.
La voluttà gli dà alla testa, gli lacera il cervello e vi fa rimbombare una voce che non aveva mai sentito prima:
“Sono io! Sono io, vivo! Io parlo! Non sono né ‘egli’ né ‘lui’, io sono io! Non dovrai più dire ‘egli’ per parlare di te, dovrai dire ‘io’. E io sono il tuo migliore amico: io ti procuro il piacere.”

E’ stato allora che sono nata, nel febbraio del 1970, all’età di due anni e mezzo, sulle montagne del Kansai, nel villaggio di Shakugawa, sotto gli occhi di mia nonna paterna, per grazia del cioccolato bianco.
Torta vegan al cioccolato amaro
Ingredienti
290 gr di farina
300 gr di zucchero
50 gr di cacao amaro
un cucchiaino raso di lievito chimico
un cucchiaino raso di bicarbonato 
200 ml di caffè espresso o di caffè istantaneo
150 ml di olio di semi
Mezza bacca di vaniglia o una punta di vanillina
Fave di cacao (opzionale)
Questa torta è solo per i puri di cuore. Un cuore al cioccolato amaro, fondente, tosto.
Se cercate un dolce stucchevole, questa ricetta non è per voi, oh pavidi dei sapori veri.
Questa torta non ha le uova, non ha il burro ed è quindi una torta ideale per i vegani, perché lo è effettivamente al cento per cento (decorazione e glassa esclusa).
È anche una torta, che se avete una confezione di cacao, allora è quasi matematico che riuscirete a farla in qualsiasi momento senza dover andare a fare la spesa o senza disturbare il vicinato.
Se in casa non avete farina, caffè o olio di semi, rientrate nella categoria delle dispense tristi e bisognose di affetto.

Partiamo con un piccolo trucchetto. Ungete lo stampo con un pò di olio e spolverizzate con il cacao e non con la farina, di modo che la vostra torta non si macchi di bianco.
Per reperire delle fave di cacao, che rimangono un ingrediente opzionale, ma che vi daranno quel tocco croccante, che in bocca è sempre un piacere, recatevi in una cioccolateria e promettemi che,nel caso non le avessero, allora smetterete di frequentarla.
Se siete a Napoli, a Roma o a Milano, allora potete andare sul sicuro da Gay Odin, un posto paradisiaco, nel quale vorrete rimanere per sempre, dove dovrete cercare di uscire, ma mai prima di aver provato almeno due grandi classici intramontabili, la FORESTA, un mio buon motivo per vivere, e le ghiande, sempre squisite.
Visto che ci troviamo, se siete dalle parti del Vesuvio,precisamente a Sant’Anastasia allora dovreste andare da Theobroma, un altro luogo incantato, dove tutto è fatto a regola d’arte e con ingredienti naturali, una squisitezza garantita.
Dopo questo lungo disquisire, preparatevi perché ci mette più tempo il forno a preriscaldarsi che voi a fare questa torta semplicissima, che in totale prevede tre passaggi e sole due ciotole da sporcare.

In una,quella della planetaria, riunite tutti gli ingredienti secchi ( farina, zucchero, cacao, bicarbonato e vanillina) setacciati, nell’altra quelli liquidi (il caffè caldo e l’olio). Versate i secondi nei primi, amalgamate velocemente con una frusta, versate nello stampo e cuocete 40-45 minuti in forno ventilato a 170 gradi ( verificate con uno stuzzicadenti, che dovrà uscirne asciutto). 
Ora una piccola precisazione sul caffè. Se usate un espresso con la moka, preparatevi ad un sapore veramente amaro, che potrete smorzare con un fiocco di panna o una goccia di caramello.
se usate quello solubile americano, più leggero, avrete un gusto più sostenibile.
Tenete presente che potrete uutilizzare questa torta come base e personalizzarla come vi pare, aggiungendo pistacchi, nocciole, buccia d’arancia,un goccio di rumo quello che volete.
Se amate il cioccolato, questa torta potrebbe essere il vostro risveglio. 
Buona rinascita. 

CON QUESTA RICETTA PARTECIPO AL CONTEST “LA CIAMBELLA PERFETTA DI GIOCHI DI ZUCCHERO E A TUTTO PEPE

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